Carolina Morace: “Costretta ad andarmene dall’Italia, in Canada sono come Mourinho”

L'allenatrice ha tirato una stoccata anche al CT della Nazionale, Antonio Cabrini: "Finché non si tiene conto dei risultati e vengono indicati allenatori uomini che non hanno dimostrato molto non si andrà lontano"

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Carolina Morace, 52 anni, Responsabile delle selezioni femminili di Trinidad e Tobago, oltre che Commissario Tecnico della Nazionale maggiore della stessa Nazione, ha parlato ai microfoni di soccerillustrated.it.

Sulla sua decisione di trasferirsi ai Caraibi: “Mi sono dovuta trasferire per lavoro, voglio essere chiara. Quando è arrivata la crisi ho resistito per un periodo, anche partecipando a trasmissioni televisive dove mi facevano i complimenti e si stupivano perché non sbagliavo i congiuntivi ma poi offerte concrete per tornare ad allenare non ce n’erano. La scelta, anche nel calcio femminile, purtroppo ricade sempre sugli uomini. Ma è normale, se a scegliere sono sempre loro. Qui in Trinidad e Tobago, invece, c’è una Federazione che investe nel calcio femminile, nonostante la popolazione ridotta, però il presidente ci crede e stanzia tutto il possibile in questo settore. I fondi della Fifa, almeno qui, non vengono usati per certi interessi ma per far crescere il calcio femminile”.

Su un suo possibile ritorno in Italia: “Tornerei ma per ora mi sento più rispettata e stimata qui. Quando sono arrivata sembrava fosse sbarcato Mourinho. Non me la sento più di tornare in un ambiente in cui lotti in solitaria senza nessuno che ti sostiene. In Italia mi dà molto fastidio un aspetto: un allenatore uomo che vince viene riconosciuto mentre una donna no. Io ne sono l’esempio. Con il Canada ho vinto quello che equivale all’Europeo ma quando si dice: chi sono gli allenatori che hanno vinto all’estero, il mio nome non esce mai. E quell’anno abbiamo battuto gli Stati Uniti, formazione numero uno al mondo. Che il Canada, allenato da uno staff totalmente italiano e che da uno studio della Fifa sia risultata la squadra meglio allenata dove le giocatrici esprimevano la velocità maggiore in varie categorie non è minimamente menzionato. Ho fatto molto come giocatrice e come allenatrice e se fossi stata uomo, come minimo, anche senza panchina oggi sarei almeno commentatrice di Sky”.

Sul presidente della Figc, Carlo Tavecchio: “Sono consapevole di essere stimata dal presidente Tavecchio, tra l’altro l’unico che ha fatto qualcosa per il calcio femminile. Certo, se ci fosse stata una influenza maggiore di qualcuno che conosce meglio il settore sarebbe stato diverso. Aprire le porte delle società maschili alla realtà femminile è stata una strada giusta. Ma si doveva fare qualcosa anche per la Nazionale. Sta andando male, il divario con le altre formazioni si sta ampliando. Hanno ancora le mie relazioni in sede, di quando la allenavo, dove avevo avvisato che il gap era in crescita. Bisogna dare strumenti in più nel marketing e nella comunicazione, oltre a un sostegno maggiore. C’è chi dice: se il femminile non vince nulla non si può dargli di più. Ma il rugby maschile cosa ha vinto? Eppure hanno avviato un progetto serio, pur continuando a non avere risultati”.

Mentre sul CT Azzurro, Antonio Cabrini: “Nella mia carriera sono sempre stata abituata a basarmi sui risultati. Ma finché di questi non si tiene conto e vengono indicati allenatori uomini che non hanno dimostrato molto non si andrà lontano”.

Infine, tornando sulla sua esperienza da allenatrice nel calcio maschile, in C1 con la Viterbese: “Ognuno ha travisato i fatti come gli faceva più comodo. Gaucci si è comportato con me come con gli altri allenatori. Non è finita perché ero una donna. Ma se un presidente mi viene a dire chi deve giocare non lo accetto. Magari un uomo è più accomodante. Ma ci sono differenze tra uomini e donne che sono naturali”.

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